ALICE E IL SINDACO

orario proiezioni
Ven. 18:00-20:15
Sab.18:00-20:15
Dom 18:00-20:15

Un film di Nicolas Pariser.
Con Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz
Genere Commedia
Durata 103 min.
Nazione Francia
Distribuzione Bim Distribuzione

PARISER SI CONFERMA AUTORE AUDACE E ISPIRATO IN UNA COMMEDIA FILOSOFICA SULL’IMPOTENZA DELLA POLITICA AD AGIRE.
Recensione di Marzia Gandolfi
A qualche mese dalle elezioni municipali, il sindaco di Lione non ha più idee. Dopo trent’anni di vita politica è come svuotato. In suo soccorso, l’entourage comunale recluta una giovane normalista. Il ruolo di Alice Heimann è rigenerare la capacità di pensare del sindaco e la visione necessaria all’azione politica. Introdotta nel cerchio della fiducia, Alice rivela un’agilità innata per la ‘cosa politica’ fornendo carburante alla macchina municipale. E la macchina riparte ma gli scossoni e i sobbalzi non tarderanno a costringerla alla sosta forzata.
Rivelato nel 2015 da un thriller politico paranoico e promettente (Le Grand Jeu), Nicolas Pariser si impone con Alice e il sindaco come il regista per eccellenza del film politico francese. La politica, reale o sognata, diventa il terreno di (gran) gioco di un autore audace e ispirato, erede di Rohmer, a cui l’ultimo film fa esplicitamente riferimento. Ammiratore del suo cinema, Nicolas Pariser segue studente un corso del regista alla Sorbona a cavallo del ventunesimo secolo e dimostra la sua ammirazione nel titolo, omaggio limpido a un classico di Éric Rohmer, L’albero, il sindaco e la mediateca. Commedia filosofica sulla ruralità, l’ecologia e le manovre politiche, il film di Rohmer ospitava un giovane Fabrice Luchini, non ancora sindaco socialista (interpretato da Pascal Greggory) ma insegnante nel cuore della Francia rurale. Lontano dal fare della politica un uso funzionale, gioco di sosia o semplice motore per commedia o thriller, Pariser opta per la frontalità del reale. Alice e il sindaco rende conto di un consiglio comunale, delle forze di potere in gioco ma soprattutto del consolidarsi della relazione filiale tra una giovane normalista e un sindaco consumato. Attraverso la loro interazione, il regista affronta la natura e l’etica della politica, intesa come amministrazione del bene pubblico coerente a un sistema di valori. Nell’arena politica schiera una giovane donna di lettere, disorientata davanti a un mondo politico che naviga a vista e cerca nella sua giovinezza un po’ di carburante per ravvivare la fiamma, e un vecchio lupo, un sindaco in crisi che rappresenta tuttavia l’utopia di un governante (ancora) illuminato. Se lo stile sobrio di Anaïs Demoustier elude lo stereotipo della generazione Y, appassionata delle nuove tecnologie ma smarrita nel mondo a dispetto degli studi brillanti, Fabrice Luchini non si limita a mostrare quello che è l’incarnazione di un’istituzione, con tutta l’autorità di cui necessita, ma restituisce una sorta di spossatezza che si confonde con la sua volontà di controllo. Luchini è pienamente se stesso, riconosciamo la sua immagine pubblica ma una gravità inusuale altera il suo istrionismo. Il suo Paul Théraneau possiede una vita propria (sindaco di Lione progressista) e non deve niente a nessun modello francese conosciuto (né Sarkozy, né Hollande, né Macron). Come Luchini sembra aver abitato il cinema di Rohmer con cui condivide la passione per la parola letteraria, l’erudizione dei dialoghi, la riflessione intellettuale, la finezza comica. Eppure, ancora una volta, la parola luchiniana è impedita, non si dispiega. I suoi personaggi preferiti sembrano essere uomini in crisi, confrontati con la vanità del loro linguaggio, che sia da Rohmer ma anche da Jacquot (Niente scandalo), Ozon (Nella casa), Dumont (Ma Loute) e recentemente Mimran (Parlami di te). Paul Théraneau si aggiunge alla galleria. Il suo sindaco non è un cattivo politico, al contrario, ha delle convinzioni sincere, una volontà di trasmissione e di condivisione, un interessamento generoso ma non ha più nessuno a cui dare credito. Il sorriso che gli regala Alice svanisce presto e lascia il posto alla malinconia delle passioni incompiute che Luchini restituisce perfettamente. La sua voce acquisisce progressivamente una limpidezza, una forma di chiarezza che non gli conoscevamo. Davanti a lui Alice non è né una fata, né un’amante potenziale. La loro relazione ha il buon gusto di restare platonica e permette al sindaco di fare i conti coi desideri sfumati e di accettare la necessità di chiudere un capitolo. Alice da par suo ascolta e riflette sulla modestia in un mondo megalomane che condanna al limbo i suoi appunti e le sue osservazioni pertinenti. Le sue parole serviranno tuttavia a galvanizzare Théraneu, riacceso (provvisoriamente) in una requisitoria contro i mostri della finanza. Trascendendo il potere, sollevano insieme la visione della politica, delle parole, delle idee rigenerandosi mutualmente. Rappresentanti di due generazioni confuse e sole, si consolano trovando un tempo per il dialogo, un tempo rubato alle agende compresse, un tempo per (ri)generare la parola politica. Trovare il tempo è anche costruire l’acme del film in un lungo piano sequenza di redazione di un discorso sulla guerra economica e gli enfants della Repubblica, prolungamento trasparente del discorso elettorale di François Hollande a Bourget, un discorso rimasto senza seguito. Il film osa reclamare il diritto al seguito pur siglando una dichiarazione di fulminante impotenza della politica ad agire. Rappresentazione della crisi democratica che colpisce la Francia, Alice e il sindaco chiude con una domanda, lasciando lo spettatore libero di decidere per la rinascita o per l’abbandono. Con la medesima volontà di gratitudine e di trasmissione che spingeva gli autori della Nouvelle Vague a moltiplicare i piani sui loro libri prediletti, Nicolas Pariser lascia che la sua camera indugi sulle opere consultate da Alice per aiutare il sindaco a ri-pensare. Le ultime parole del film si applicano allora a un personaggio di Herman Melville, Bartleby, lo scrivano che “preferiva di no”. È Alice a regalare il libro a Théraneau in fondo al film, spalancando l’abisso della riflessione: come (anche) le migliori volontà sono passate dal “guardare le cose diversamente” a “preferire di no”?

VILLETTA CON OSPITI

VEN. 18:00-20:15
SAB. 18:00-20:15
DOM. 18:00-20:15


Un film di Ivano De Matteo
Con Marco Giallini, Michela Cescon, Massimiliano Gallo, Erika Blanc, Cristina Flutur

Genere Drammatico
Durata 88 min.
Nazione Italia
Distribuzione Academy Two

Un noir curato nella messa in scena, schietto e onesto nel suo discorso, con i piedi ben piantati per terra.di Federico Gironi
Uno dei più grandi film della storia del cinema italiano, e tra questi uno dei meno visti e conosciuti, si chiama Signore e signori. Lo diresse Pietro Germi nel 1966, fotografando con straordinaria cattiveria e accuratezza, di incredibile attualità ancora oggi, l’ipocrisia, la falsità, il perbenismo e l’opportunismo della classe borghese. Omaggiato alla lontana da un episodio del Fratelli d’Italia di Neri Parenti e Carlo Vanzina (quello con Jerry Calà e Sabrina Salerno), il film di Germi è stato di certo una fonte d’ispirazione per Ivano De Matteo e Valentina Ferlan nello scrivere Villetta con ospiti, e nell’ambientarlo in quelle stesse aree: quelle del Veneto più benestante.
Villetta con ospiti, però, non è una commedia, per quanto acida: è un noir. E Ivano De Matteo può essere anche felicemente ambizioso, nel suo tentativo di fare un cinema dal forte impianto visivo e narrativo, personale e senza compromessi, ma di certo non è un presuntuoso; uno che pretenda di mettersi sullo stesso piano di un Germi, o di qualche altro grande maestro. Ivano De Matteo si limita a essere e voler essere Ivano De Matteo, e questa è la sua forza e la nostra fortuna.

Il suo film parte senza ansie né smanie. Si prende il tempo necessario per calare lo spettatore in quel mondo, e presentargli i personaggi, lasciando che l’intreccio un po’ malato dei loro rapporti emerga lentamente. Personaggi che non sono affatto simpatici, quelli interpretati da Giallini, da Gallo, da Storti, dalla Cescon. Perfino il prete di Marchioni, fin dall’inizio, ha qualcosa di rigidamente untuoso. Magari sono un pelo eccessivamente simbolici, ma mai macchiette grottesche e caricaturali, e mantengono i piedi ben piantati nella realtà.
Allo stesso modo, la donna rumena che con loro – o alcuni di loro – ha a che fare, intrepretata dalla bravissima Cristina Flutur, non è il ritratto stereotipato della straniera arrivata in Italia per lavorare, e suo figlio adolescente e ribelle non il teppistello sfaticato che certa gente potrebbe immaginarsi.

In qualche modo lo suggerisce lo stesso regista, con quelle punteggiature non troppo insistite che ritraggono da vicino il mondo della natura, il bosco e gli animali: Villetta con ospiti è un film che – pur volendo esplicitamente mettere personaggi e spettatori di fronte a scelte etiche e morali – sta bene attaccato alla concretezza delle cose, alla loro realtà naturale e naturalista.
La necessità che ognuno dei personaggi sia portatore di qualche istanza, e che si debbano ritrovare e svelare l’un l’altro nello stesso luogo e nello stesso momento, in una drammatica circostanza, sono drammaturgicamente scontate, forse, ma necessarie nel disegno di De Matteo; che non cade mai nell’errore di filmare del teatro, e non si scorda mai le esigenze del cinema, curate al dettaglio con la macchina da presa, la musica, la scelta dei luoghi, il montaggio.

Nel cast fanno tutti la loro parte. Come Flutur, Massimiliano Gallo la fa un po’ più e un po’ meglio degli altri, nei panni di un poliziotto cinico e amorale, ma al tempo stesso dal carattere fumoso e inafferrabile. Notevole anche, e molto divertente, il piccolo ruolo di Erika Blanc: una sorta di versione spietatissima della mamma di Franca Valeri in Il vedovo.

RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

orario proiezioni
ven. 18:00-20:15
Sab. 18:00-20:15
Dom.18:00-20:15


Un film di Céline Sciamm
Con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel
Genere Drammatico
Durata 120 min.
Nazione Francia
Distribuzione Lucky Red

ESTREMA CURA DELL’IMMAGINE E DELL’EQUILIBRIO ESTETICO PER UNA RICERCA PROFONDA DELL’IDENTITÀ SESSUALE.
Recensione di Giancarlo Zappoli
Francia, 1770. Marianne, una pittrice, riceve l’incarico di realizzare il ritratto di nozze di Héloise, una giovane donna appena uscita dal convento. Lei però non vuole sposarsi e quindi rifiuta anche il ritratto. Marianne cerca allora di osservarla per poter comunque adempiere al mandato. Scoprirà molte cose anche su di sé.
Céline Sciamma al suo quarto lungometraggio continua la sua ricerca sull’identità sessuale tema nei confronti del quale ha mostrato un’ottima capacità d’indagine in fase di sceneggiatura nonché nel trasferimento sullo schermo.

In questa occasione lascia però il presente per rivolgersi al passato. Un passato che di lì a meno di un ventennio vedrà il fuoco della Rivoluzione che cambierà tutto ma non spazzerà via il pregiudizio e le costrizioni. Non è necessario scomodare riferimenti a Jane Austen per apprezzare uno script in cui Sciamma, sin dalle prime inquadrature, ci enuncia il proprio progetto. Sullo schermo/tela bianco una mano munita di carboncino inizia a delineare un’immagine.

Ecco: esattamente qui sta il senso del film. In una domanda: quanto le strutture sociali impediscono agli individui di farsi ritrarre (cioè guardare) per ciò che veramente sono? Marianne, pronta a gettarsi in mare per recuperare le tele che poi asciugherà insieme al suo corpo nudo davanti ad un camino, possiede le tecniche per ritrarre gli altri ma si troverà a scoprire un’immagine di se stessa che stava nascosta nei recessi della sua sensibilità. Héloise che rifiuta inizialmente lo sguardo altrui (legato inestricabilmente a una condizione coniugale che non vuole accettare) progressivamente imparerà a guardare oltre e ad accettare di essere vista. Tra di loro, solo apparentemente in un ruolo secondario, la giovane serva che resta incinta sottoponendosi ai più diversi tentativi per abortire.

É un film in cui le parole vengono pronunciate solo se e quando sono necessarie perché sono e restano per tutto il tempo le immagini a costituire l’elemento portante della narrazione. La cura nella ricerca non solo dell’inquadratura ma anche degli abiti nonché degli spazi (in particolare gli interni) fa ripensare al Rohmer de La marchesa von…. Là dove la geometria rohmeriana definiva spazi studiati quasi teoreticamente Sciamma cerca anche la nota dissonante del letto sfatto stando però sempre attenta a produrre un equilibrio estetico in cui tutti gli elementi si bilancino. Ciò che deve ‘sbilanciarsi’ è la vita delle due protagoniste che dovranno progressivamente ammettere (innanzitutto con se stesse) sentimenti nuovi e importanti nei confronti dei quali operare delle scelte fondamentali.

HAMMAMET

ORARIO PROIEZIONI
Ven. 18:00-20:30
Sab 18:00-20:30
Dom 18:00-20:30

Un film di Gianni Amelio
Con Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Alberto Paradossi
Genere Biografico
Durata 126 min.
Nazione- Italia
Distribuzione 01 Distribution

LA DISCESA CREPUSCOLARE DI UN UOMO DOMINATO DA PULSIONI CONTRAPPOSTE. UN CRAXI PIÙ VERO DEL VERO GRAZIE A UN GIGANTESCO FAVINO .
Recensione di Paola Casella
Hammamet, fine del secolo scorso. Il Presidente ha lasciato l’Italia, condannato per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato. Accanto a lui ci sono moglie e figlia, mentre il secondogenito è in Italia a “combattere” per riabilitarne l’immagine e gestirne l’eredità politica. Nel suo “esilio volontario” lo raggiungono in pochi: Fausto, il figlio dell’ex compagno di partito Vincenzo suicida dopo essere stato inquisito dal Giudice, e un Ospite suo “avversario, mai nemico”. Sono gli ultimi giorni di una parabola umana e politica che vedrà il Presidente dibattersi fra malattia, solitudine e rancore: e la sua ultima testimonianza è affidata alle riprese di Fausto che nello zaino, oltre alla telecamera, nasconde una pistola.
Con Hammamet Gianni Amelio affronta una pagina della Storia d’Italia sulla quale persiste una lettura contrapposta: Craxi era un “maleducato, manigoldo, malfattore, malvivente e maligno”, o un uomo dalla statura fisica e politica imponente “circondato da nani”, bersaglio di una “congiura contro la sua persona” più che contro un sistema di cui “tutti facevano parte”?

Amelio e il suo team di sceneggiatori non forniscono una risposta univoca, e preferiscono concentrrsi sulla dimensione umana di Craxi e su quella scespiriana, kafkiana e sciasciana della sua storia pubblica, laddove il singolo diventa la cartina di tornasole di un modus operandi che non riflette solo le contorsioni e le viltà della politica ma il carattere stesso degli italiani, pronti a salire sul carro del vincitore e a scendere da quello del perdente.

Nessuno dei personaggi, nemmeno Craxi, è chiamato con il suo vero nome, e questo darà il via al gioco delle identificazioni: Vincenzo potrebbe essere Moroni, l’Ospite Fanfani, il Giudice è certamente Di Pietro, e così via. Ma ciò che conta è l’atmosfera crepuscolare della caduta di un uomo di potere mostrato all’inizio in uno dei punti più alti della sua ascesa, a quel 45esimo Congresso del PSI dove il suo viso era inquadrato al centro di un triangolo come l’occhio di Dio, e dove invece Amelio ci mostra già i garofani a terra, presagio del futuro di un partito che “non sopravviverà” all’egocentrismo e agli azzardi di quel capo che per primo l’ha portato alla Presidenza del Consiglio. E il commento musicale di Nicola Piovani decostruisce l’Internazionale, preannunciando i disfacimento del PSI.
Amelio rapporta la figura imponente di Craxi ai suoi spazi, da quelli esaltanti del Congresso a quelli spogli della Tunisia nei quali è impossibile nascondersi (come già ne Il primo uomo), mettendo a confronto l’infinitesimalità dell’Uomo, anche il più potente, con l’immensità dell’ambiente che lo circonda (come ne La stella che non c’è).

All’interno della storia giganteggia Pierfrancesco Favino, cui Hammamet appartiene tanto quanto ad Amelio, che incarna un Craxi più vero del vero nella voce, nel gesto, nella postura, e soprattutto nell’essenza drammatica. La sua non è semplicemente (!) una metamorfosi, ma l’interpretazione magistrale di un uomo dominato da pulsioni contrapposte: egocentrismo e senso dello Stato, orgoglio (anche italico) e arroganza, pragmatismo politico e assenza di cinismo. Un uomo il cui tempo è scaduto, ma la cui discesa crepuscolare verso la fine non riesce a privarlo della sua visione dall’alto.

A commento della vicenda craxiana Amelio allinea spezzoni di film (Le catene della colpa) e canzoni (“Cento giorni”, “A modo mio”, che nel suo “quel che sono l’ho voluto io” ricalca il “My Way” di Frank Sinatra), trasforma (genialmente) la Crisi di Sigonella in una battaglia fra soldatini, dà a Stefania Craxi (soprannominata Anita, come la compagna di Garibaldi, e molto ben interpretata da Livia Rossi) il ruolo di vestale e a Bobo quello del “cretino” (ma gli restituisce anche una dignità filiale).

L’unico passo falso è il personaggio di Fausto, ridondante rispetto alla storia, inadeguato nella recitazione fragile di Luca Filippi, che scompare accanto a quella di Favino: del resto il solo che riesce a tener testa all’attore protagonista (come al personaggio che incarna), è un altro gigante – Renato Carpentieri nei panni dell’Ospite.

La ragazza d’autunno

ORARIO PROIEZIONI
Ven.18:00-20:15
Sab. 18:00-20:15
Dom. 18:00-20:15
Un film di Kantemir Balagov
Con Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev
Genere Drammatico
Durata 120 min.
Nazione Russia
Distribuzione Movies Inspired

UN DRAMMA DALLA REGIA PERFETTA, CHE CONFERMA IL TALENTO DI KANTEMIR BALAGOV, GIOVANE MAESTRO DEL COLORE E DELLO SGUARDO.
Recensione di Marianna Cappi
Leningrado, 1945. La guerra è finita ma l’assedio nazista è stato feroce e la città è in ginocchio. Iya è una ragazza bionda, timida e altissima, che ogni tanto si blocca, per un trauma da stress. Lavora come infermiera in un ospedale e si occupa del piccolo Pashka. Ma quando la vera madre del bambino, Masha, torna dal fronte, lui non c’è più. Spinta psicologicamente al limite dal dolore e dagli orrori vissuti, Masha vuole un altro figlio e Iya dovrà aiutarla, a tutti i costi.
Balagov, non ancora trentenne, è senza dubbio uno dei registi più talentuosi della scena contemporanea, e questo secondo lungometraggio, che segue l’acclamato Tesnota, lo ribadisce e conferma.

Difficile pensare ad un uso del colore più elegante, eloquente ed emozionante, o ad un cinema che trasudi altrettanta verità, tanto che pare di sentirne l’odore, l’aria intrisa di polvere, gli sbalzi di temperatura tra esterni e interni, il leggero graffio della lana grezza sulla pelle.

In anni in cui il contenuto è tornato al centro dell’interesse dei registi, e i loro virtuosismi si manifestano soprattutto nella ricerca di nuove formule del racconto, Beanpole riporta prepotentemente la forma in primissimo piano, rischiando la maniera, a volte sì, ma costruendo, nelle scene chiave, momenti indelebili di grande cinema.

La prima parte del film è la migliore: Iya, la “giraffa”, è ancora al centro della scena, col suo corpo-mistero, strumento di pace e arma di morte, e la strana coppia che forma con il bambino, vittima sacrificale e metafora di un’innocenza impossibile, contiene tutta l’emozione che il film poi non offrirà più, infilando la via algida della relazione morbosa e manipolatoria, che è propria della coppia Iya-Masha. Ma le scene dell’ospedale e della vita domestica, nelle cucine condivise e nei pianerottoli di passaggio, e il gioco che scolora nella tragedia, non si dimenticano e nutrono l’intero film.
Quel che viene dopo riporta il discorso sul dramma storico, a un dopoguerra che ha le sembianze di un purgatorio, in cui tutto ha un prezzo altissimo. Si lotta per risorgere dalle ceneri ma il passato non è ancora tale e l’impaccio, di cui Iya è immagine simbolica, è quello di chi deve imparare a vivere in un mondo nuovo e dimenticato: le donne, in particolare, che portano sul volto le rovine più pesanti della guerra e al loro interno le perdite più traumatiche.

Alla visione del regista contribuiscono naturalmente il lavoro certosino e autoriale della direttrice della fotografia, Ksenia Sereda, e dello scenografo Sergei Ivanov, oltre che l’apprendistato di Bagalov presso Sokurov, maestro di sguardo e di bellezza.

SORRY WE MISSED YOU

orario proiezioni
ven. 18:00-20:15
sab. 18:00-20:15
dom.18:00-20:15

Un film di Ken Loach
Con Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster
Durata 100 min.
Nazione Gran Bretagna, Francia, Belgio
Distribuzione Lucky Red

UN FILM PARTECIPE E ACCURATO CHE CI IMPONE IL CONFRONTO CON LA REALTÀ DEI PRECARI, DEI PIÙ DEBOLI, DEI NUOVI SCHIAVI.
Recensione di Giancarlo Zappoli
Ricky, Abby e i loro due figli, l’undicenne Liza Jane e il liceale Sebastian, vivono a Newcastle e sono una famiglia unita. Ricky è stato occupato in diversi mestieri mentre Abby fa assistenza domiciliare a persone anziane e disabili. Nonostante lavorino duro entrambi si rendono conto che non potranno mai avere una casa di loro proprietà. Giunge allora quella che Ricky vede come l’occasione per realizzare i sogni familiari. Se Abby vende la sua auto sarà possibile acquistare un furgone che permetta a lui di diventare un trasportatore freelance con un sensibile incremento nei guadagni. Non tutto però è come sembra.
Verso la fine dei titoli di coda si leggono queste parole: “Grazie a tutti quei trasportatori che ci hanno fornito informazioni sul loro lavoro ma non hanno voluto che i loro nomi comparissero”. In questa breve frase è sintetizzata la modalità di lavoro di Ken Loach (e del suo sceneggiatore doc Paul Laverty): costruire una storia solida sul piano cinematografico senza mai dimenticare la realtà.

Quella ritratta da Ken Loach è una realtà formata da persone che nel non voler comparire denunciano implicitamente la condizione di precarietà in cui operano. Ci sarà probabilmente chi affermerà che siamo di fronte all’ennesimo comizio di un regista che non ha mai nascosto da quale parte batte il suo cuore. Bene, se questo è un comizio lo erano anche, sul piano letterario, “I miserabili” di Victor Hugo o l'”Oliver Twist” di Charles Dickens (solo per fare un esempio).

Loach non scrive romanzi, dirige film ma lo fa con la stessa passione e anche, perché no, con la stessa forma di indignazione. Non si tratta mai con lui di pauperismo, di commiserazione e tantomeno di populismo. A un certo punto del film c’è una reazione verbale da parte di uno dei protagonisti che, se non fosse che al cinema ci si comporta diversamente che a teatro, spingerebbe all’applauso. In quel momento ti accorgi di come Loach abbia saputo leggere non solo nella psicologia dei personaggi (che nel suo cinema sono sempre ‘persone’) ma pure in quella dello spettatore.
Anche sul piano più strettamente cinematografico il suo si presenta come un lavoro tanto partecipe quanto accurato. L’apparente semplicità del suo modo di riprendere richiede un gran lavoro con gli interpreti e fa costantemente leva sulle sue doti di documentarista capace di trasferire la realtà nel cinema di finzione. Si osservino i dialoghi a tavola in famiglia e ci si accorgerà di come vengano portati sullo schermo con la naturalezza di una candid camera. Perché Loach ad ogni film ci chiede non solo di guardare quanto accade seduti sulla nostra comoda poltrona ma di condividere i disagi e le problematiche che ci propone. Ci chiede di confrontarci con quella ‘normalità’ feroce che oggi, come ai tempi della rivoluzione industriale ma con più sofisticata e globalizzata malizia, il dio mercato impone.

Abby, Ricky, Seb e Liza Jane non sono supereroi, non hanno nulla di straordinario nelle loro vite. Sono semplicemente una famiglia, con le proprie difficoltà e con una unità che si vorrebbe far vacillare. Al di là dei proclami retrogradi o interessati di cui la parola ‘famiglia’ viene sempre più spesso fatta oggetto Ken Loach ci ricorda che elemento imprescindibile della sua coesione è, oggi più che mai, la dignità del lavoro che troppo spesso viene sistematicamente conculcata. La schiavitù non è stata abolita. Ha solo cambiato nome. Ken e con lui (in tutt’altro ruolo) Francesco non smettono di ricordarcelo.

THE FAREWELL – UNA BUGIA BUONA

Una commedia sorprendente dai toni sereni e delicati. Un inno alle collisioni di una società aperta. Un film di Lulu Wang con Awkwafina, Tzi Ma, Diana Lin, Gil Perez-Abraham, Ines Laimins, Jim Liu, Zhao Shuzhen, X Mayo, Aoi Mizuhara, Hong Lu. Genere Commedia durata 98 minuti. Produzione USA, Cina 2019. Uscita nelle sale: martedì 24 dicembre 2019 Una famiglia cerca di organizzare un matrimonio prima che la nonna muoia. Marzia Gandolfi – www.mymovies.it Billi Wang è nata a Pechino ma vive a New York da quando aveva sei anni. Il suo contatto sentimentale con la Cina è Nai Nai, la sua vecchia nonna, ancorata alle tradizioni e alla famiglia. Salda e praticamente indistruttibile, a Nai Nai viene diagnosticato un cancro. La famiglia decide di nasconderle la verità e di trascorrere con lei gli ultimi mesi che le restano da vivere. Figli e nipoti, traslocati negli anni in America e in Giappone, rientrano in Cina per riabbracciarla e per ‘improvvisare’ un matrimonio che allontani qualsiasi sospetto. Risoluti e uniti nella bugia, trovano in Billi una resistenza. Inconcludente nella vita e insoddisfatta della vita, Billi vorrebbe liberarsi dell’angoscia e rivelare alla nonna la prognosi infausta. Tra oriente e occidente, troverà una sintesi tra due culture e due condotte etiche. C’è qualcosa nel bel film di Lulu Wang che evoca ”Il banchetto di nozze” di Ang Lee, orientale traslocato in occidente come lei. Un’aria ‘familiare’, il ritorno di una cultura rimossa (nelle forme di una famiglia amata) che produce un quieto terremoto e lascia dietro di sé un nuovo e fertile squilibrio. Conciliata commedia di confronto etnico, ‘The Farewell – Una bugia buona’ muove dall’America verso la Cina, riscaldando il folclore in un viaggio verso le origini. La diaspora della famiglia Wang, divisa tra Stati Uniti e Giappone, rientra e stringe i suoi ‘esuli’ al capezzale di una nonna malata. Ed è il protocollo etico-normativo ‘della cura’, basato in Cina sul “principio della beneficialità” (nell’interesse del paziente in certe circostanze è meglio tacere la verità), il nodo da sciogliere di un racconto che assume in pieno il modello della commedia familiare con la circolazione sentimentale tra i personaggi e il disegno delle loro vite private. Ed è qui che si gioca la novità, l’audacia e la singolare tenerezza di ‘The Farewell’, una commedia sorprendente non per il soggetto ma per il tono. Se lo sfondo dell’incontro-scontro tra culture è sovente il disagio, Lulu Wang sceglie la serenità risolta ma non semplificata del rapporto tra prole espatriata e matriarca ‘radicata’, che ha accettato il destino (straniero) dei propri figli ma non transige sulla Tradizione. Lontano dal dramma quanto dalla parodia, ‘The Farewell’ è una scelta di campo che pesca nella biografia dell’autrice e afferma un nuovo discorso. Il suo punto di osservazione e di ascolto è Billie, quello di attrazione è Nai Nai, ex combattente che chissà quante cose ha visto accadere, che ha capito quasi certamente tutto prima degli altri e prima degli altri ha accettato. Lulu Wang non manca il ‘banchetto di nozze’ con le sue ricadute umoristiche e il suo svolgimento chiassoso e lievemente degradato. Ma è la malattia, la fragilità del congiunto, l’opportunità (o no) di sapere o di ‘forzarlo’ all’informazione, l’architrave solido ma mai ingombrante di una costruzione che sa dare rilievo ai pensieri e alle azioni di ogni personaggio. Nel percorso formativo che conduce Billi dall’America alla Cina e ritorno, la ragazza si scoprirà finalmente pronta alla vita, incarnando nel grido (di forza e intenzione) di un’arte marziale interiore tutta lo splendore della confusione etnica e della commistione di generazioni e costumi. Perché non c’è riscatto e nemmeno ‘guarigione’ in un orizzonte culturalmente univoco. Sono le dinamiche e le collisioni di una società aperta a produrre esiti (e film) decisamente felici.

Il mistero di Henri Pick


Orario Proiezioni
Venerdì 18:00-20:15 Sabato 18:00-20:15 – Domenica 18:00-20:15 Prezzo biglietto € 3,00 Tessera 2020 € 8,00
Venerdi 3 Sabato 4 Domenica 5 Gennaio 2020
Jean-Michel Rouche è un critico letterario e presentatore di un seguitissimo talk show sui libri in uscita. Un giorno in trasmissione si presenta la vedova di un pizzaiolo di cui, dopo la morte, è stato scoperto un romanzo inedito che, a pubblicazione avvenuta, è diventato un best seller. In trasmissione c’è anche la giovane editor che ha scoperto il manoscritto presso un’insolita libreria bretone, dentro la quale c’è una stanza dedicata interamente ai parti letterari di chi non è mai riuscito a farsi pubblicare. Ma Jean-Michel sente odore di imbroglio, e diventa ossessionato dall’idea di smascherare l’autore di quello che lui (e solo lui) ritiene essere un falso letterario. Dunque si reca personalmente in Bretagna per risalire alle origini della frode, e si mette in contatto con la famiglia del pizzaiolo, cercando di scoprirne i segreti. Il mistero Henri Pick appartiene ad un sottogenere curioso, ovvero l’indagine letteraria, che comprende molti titoli, alcuni eccellenti come L’uomo nell’ombra di Polanski. Qui però l’attenzione è meno focalizzata sull’aspetto thriller e più sulla commedia umana, e sulla premessa che “i bei libri sembrano scritti per noi”, dunque appartengono a tutti, quale ne sia l’autore vero e proprio. La riflessione è anche sul mondo dell’editoria e su quanto sia difficile, per un autore sconosciuto, ottenere l’attenzione tanto degli editori quanto dei critici. La sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista Rémi Bezancon e da Vanessa Portal, che adattano per il grande schermo il romanzo “Il mistero Henri Pick” di David Foenkinos, è un po’ troppo intenta a far quadrare ogni dettaglio, ma la mano registica di Bezancon, autore di molte commedie lievi del cinema francese più recente, si mantiene coerentemente leggera, e lascia che siano le caratterizzazioni dei protagonisti e i panorami pittoreschi della Bretagna a farla da padroni. Fabrice Luchini è perfetto nel ruolo del critico letterario disincantato ma non rassegnato al cinismo, e in fondo desideroso di ritrovare quel contatto umano e quella dimensione rurale che la Bretagna offre a piene mani, e Camille Cottin, volto nuovo della commedia francese, è azzeccata nella parte della figlia del piazzaiolo diventato una celebrità locale: del resto la coppia Luchini-Cottin aveva già mostrato una chimica tutta particolare nella serie Netflix Chiama il tuo agente. Anche i personaggi minori sono tratteggiati con delicatezza e precisione creando un insieme corale piacevole, anche se un po’ forzato negli incastri della trama.
Il mistero Henri Pick è il corrispettivo di una tazza di cioccolata calda da bere davanti al caminetto, immaginando fuori dalla finestra la costa bretone e intorno a sé un villaggio in cui tutti si conoscono e i vicini si aggirano in bicicletta. Se l’elemento thriller fosse più accentuato (e si vedessero le componenti più dark della natura umana) si entrerebbe nell’universo cinematografico di Chabrol: invece Bezancon resta sulla soglia del giallo vero e proprio per concentrarsi sull’amabilità dei suoi personaggi, sulla fragilità dell’ego e la superficialità di una produzione letteraria che privilegia la notorietà al talento, lo scoop alla sostanza

CHE FINE HA FATTO BERNADETTE?


Orario Proiezioni
Venerdì 18:00-20:15 Sabato 18:00-20:15 – Domenica 18:00-20:15 Prezzo biglietto € 3,00 Tessera 2020 € 8,00
Venerdi 3 Sabato 4 Domenica 5 Gennaio 2020
Un film di Richard Linklater
Con Cate Blanchett, Billy Crudup, Kristen Wiig, Laurence Fishburne, Emma Nelson
Genere Commedia
Durata 104 min. Nazione USA
Distribuzione- Eagle Pictures
Una simpatica stronza. Come dare torto a Bernadette, quando spiega alla figlia che la popolarità è sopravvalutata? C’è anche la versione per adulti: “Odiare il prossimo non ha mai fatto male a nessuno” (chi vorrebbe commentare parlando dei cretini da tastiera, sappia che per gustare il film serve un po’ di ironia). E come non applaudire quando la casa della vicina, una stronza antipatica che combatte una guerra contro i rovi infestanti, viene invasa dal fango della collina (i rovi impedivano al terreno di franare)? Richard Linklater dedica il film alla madre Diane, morta un paio di anni fa – “La mia Bernadette”. Ecco perché, dopo essersi interessato molto di maschi (in “Boyhood”, girato in 12 anni con il protagonista che cresce davvero, o in “Tutti vogliono qualcosa”) e altrettanto di coppie (“Prima dell’alba” e i suoi due seguiti, “Prima del tramonto e “Prima di mezzanotte”), si interessa alle femmine. In particolare, alla talentosa e premiata architetta che nel film si chiama Bernadette Fox – Cate Blanchett, sempre magnifica anche quando la sceneggiatura vacilla. Ha lasciato il lavoro dopo la nascita della figlia Bee, ora adolescente, che vuole trascinare i genitori in Antartide (va da sé che l’architetta odia i pinguini, teme il mal di mare e ancora di più le navi affollate di crocieristi). Nel romanzo di Maria Sample (in italiano da Rizzoli) i pezzi del puzzle Bernadette sono rimessi insieme dalla figlia. Qui lo spettatore fa meno fatica: la mamma, che porta gli occhiali neri anche in casa, si svela subito nelle sue bizzarrie, a cominciare dall’assistente vocale con il nome indiano. Divertenti i cenni sulla carriera precedente. La Bernadette di Lourdes ebbe 18 visioni, l’architetta si ferma a due. Una vecchia fabbrica risistemata usando paia e paia di occhiali per fabbricare pannelli e lampadari. Una casa costruita usando solo materiali trovati nel raggio di 20 miglia, discariche comprese. Poi il blocco, l’insonnia, tutte le pillole mischiate in un barattolo, perché i colori stavano bene insieme. Ora però la distratta e
attaccabrighe mamma Bernadette non sa più cosa fa dormire e cosa leva la depressione.
Mariarosa Mancuso Il Foglio